Fiji, la Presidenza giusta per la COP23?

Per la prima volta, una Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) sarà guidata da una presidenza di un piccolo stato insulare (Small Island State). Si tratta delle Fiji, cui spetterà la presidenza della COP23 che, tuttavia, per ragioni logistiche avrà luogo presso il quartier generale dell’UNFCCC a Bonn (Germania).


Dal 6 al 17 novembre, i rappresentanti delle 197 Parti della Convenzione si riuniranno dunque per quella che sarà la seconda conferenza dell’”era-Parigi”. In seguito all’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi lo scorso 4 novembre, diverse sono ancora le sfide da affrontare ed i nodi da sciogliere.


In una nota diffusa dal Governo delle Fiji a margine di un incontro preparatorio con il Segretariato UNFCCC, il Primo Ministro Bainimarama ha evidenziato alcune delle priorità per la prossima conferenza, nell’ottica dell’attuazione degli impegni intrapresi alla COP21: finanza per l’adattamento, effettivo monitoraggio del rispetto degli impegni attraverso le norme dell’Accordo di Parigi e, soprattutto, trasparenza (nella contabilità e nei risultati) come elemento chiave “per garantire il successo dell’Accordo”.


Il Primo Ministro ha inoltre sottolineato la necessità di un “maggior coinvolgimento del settore privato, delle ONG e della socità civile” per catalizzare l’accesso alla climate finance e ridurre i rischi per le economie emergenti.


La grande incognita sulla COP23 riguarda tuttavia il ruolo degli USA, il cui impegno in campo climatico è stato profondamente rimesso in discussione dall’elezione di Donald Trump. Diversi sono i rumour, poche le certezze: anche volendo, gli Stati Uniti non potrebbero formalmente abbandonare l’Accordo di Parigi prima del 4 novembre 2020; a meno che non decidessero di abbandonare l’intera piattaforma dell’UNFCCC, procedura che richiederebbe solo 12 mesi e che comporterebbe l’automatico abbandono di tutti gli strumenti e gli accordi collegati (tra cui, appunto, l’Accordo di Parigi, che comunque resterebbe in azione per tutti gli altri).


Alla COP22 di Marrakech, proprio il Presidente delle Fiji aveva rivolto un appello all’allora Presidente-eletto Trump: “…Presidente-eletto Trump, La invito formalmente alle Fiji, dove - le garantisco - riceverà il più caloroso dei benvenuti: Le mostreremo come abbiamo già dovuto ricollocare intere comunità per via dell’innalzamento del livello dei mari, e potrà incontrare le famiglie dei 44 fijani che sono morti lo scorso febbraio dal più forte ciclone tropicale”.


Un messaggio forte, non casuale, che conferma come - in un simile “clima” di incertezza - la scelta di affidare la presidenza della COP ad un Paese dell’alleanza AOSIS (Alliance of Small Island States) possa rivelarsi vincente per mantenere vivo il senso di urgenza circa azioni ambiziose per contrastare il cambiamento climatico. Ritardi non sono più ammessi.

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